Florilegio Belliano Distici, Aforisimi.....briciole d'umanità

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Traggo da un garbato florilegio, frutto del lavoro di accurati ricercatori che hanno studiato a fondo la personalità e la produzione del Belli, (e segnalo in particolare Vincenzo Misserville, ma ve ne sono altri valenti ancora) alcune chicche, come suol dirsi, commentate con sagace sensibilità; e siamo qui, al Belli “pulito” dagli intenti moralistici, pur nella tentazione costante del pungolo, che difficilmente l’abbandona. E rileviamo anzitutto un aforisma a distico, questo:

“Ricchezza e carità so’ du’ persone
che nun potranno mai a conoscenza...”

Non è che sia poi tanto leggiera, ma tant’è... si accosta parecchio al vero! E ancora un altro distico, che induce a pensare:

“Sai chi crede a le lagrime? Chi pena
Sai chi pensa al malanno, eh? Cheje dole.”

Distici amari, ma educativi. E saltiamo a piè pari una terzina coniata dal poeta sulla storia romana; cosa non proprio da signorine.., d’una volta... Ma l’efficacia cinica del Belli si esalta quando arriva a trattare dell’affetto dei parenti. Ecco qua:

"...che sò a’ sto monno li parenti?
Un amico te po’ leva d’affanni
Ma un paren taccio che te vede strugge
Non t’im presta un aiuto si lo scanni,
Sin che se magna, tutti quanti attorno
Sparecchiato poi ch’è, fanno a chifugge,
E non te danno più manco er bon giorno”.

Certo la morale è pesante, se non feroce, e per qualche e non insolito aspetto, assai verosimile. Ma manco alle donne risparmia i rigurgiti d’un certo fiele, allorquando venendo a trattare della beltà femminile, avverte:

“Er tempo,fija, è peggio d’una lima Rosica sordo sordo e t’assotija...”

Per rincalzare, subito dopo:

“Be’, mi nonna da giovane era bella E tu dà tempo ar tempo, e si nun sbajo Sposa, diventerai peggio de quella”.

E qui, passando ai giovani il suo moralismo, s’arrota, e si fa agro quando prorompe

Eh,fiji cari, date udienza ar nonno:
ne l’età vostra pare tutto bello;
ma crescete, crescete un tan tinello
E capirete poi che cos’è er monno”.

Non bisogna aspettarsi - ecco il suo monito - nulla di buono dalla vita:

“Hai tempo, fijo caro, d’arà dritto
E d’esse galantuomo immezzo ar core!”.

La vita (traggo sempre dalla selezione del Misserville) è quella che è...

"..tanto rare so’ l’azzione belle
Che a lo scoprinne quarchiduna, Iddio
Va in estìs e nun cape in ne la pelle...”

Tra le difficoltà del vivere, e nella lotta tra individui che ne consegue per il ben noto “posto ar sole” si può incappare in tutto.

Per esempio:

“Vederete ogni sempre ch’er siconno
Fa la cianchetta ar primo, e ‘r terzo a quello
Vederete un abbisso e un mulinello
De tradimenti che nun ha mai fonno”.

E a che cosa si riduce, alla fine la bramosia del denaro, secondo il Nostro?
Ecco qua:

"...ammassa,ammassa
Sturba li giorni tui, perdece er sonno,
Traffica, impiccia: eppoi? Viè signor Nonno
Cor farcione e te stronca la matassa”.

Senza contare che la sua morale vuole che il destino sovrasti senza clemenza l’uomo, complice il Tempo così..

“La morte sta nascosta in ne l’orloggi
E nissuno po dì: domani ancora
Sentirò batte er mezzogiorno d’oggi”.

E ancora: Gioventù, ricchezza, gioia di vivere? Son solo beni effimeri, perchè:

“Se fatica, se tribbola, se suda
E quanno credi ave’ spugnato Buda
Un carcio in faccia e nun hai fatto niente”.

Questa l’amara conclusione, ch’è poi uno sfogo, per quanto vano, contro La malasorte, ma che, in ogni caso, non vuole essere la negazione assoluta dell’esistenza. E’ solo una protesta sterile, e grottescamente inutile, quanto il classico “pugno in cielo”. E tuttavia, non può non far pensare...

Lao d’Ac.

Giuseppe Gioachino Belli all’epoca del suo matrimonio segrereto con Mariuccia Conti, in un ritratto di autore anomulo

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